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Diritti, Focus / Redazione /

La nuova Mappa dell’Intolleranza 9

VOX DIRITTI PRESENTA LA NONA EDIZIONE DELLA MAPPA

DELL’INTOLLERANZA

Donne che odiano altre donne, viralizzazione e pattern ricorrenti che indicano la presenza di reti strutturate, fenomeni di deumanizzazione nella formazione del discorso d’odio: queste le principali novità della Mappa dell’Intolleranza 9, che analizza in profondità le nuove dinamiche dello hate speech.

Vox Diritti – Osservatorio Italiano sui Diritti presenta la nona edizione della Mappa dell’Intolleranza, il progetto che dal 2016 monitora e analizza i discorsi d’odio sulla piattaforma X in Italia. Quasi un decennio di serie storica, e questa edizione è la più ricca e articolata mai prodotta. La ricerca – realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano (in particolare con il Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale e il Dipartimento di Informatica Giovanni Degli Antoni, e con il suo centro di ricerca Human Hall), con il contributo dell’agenzia The Fool – analizza 2 milioni di contenuti raccolti nel periodo gennaio–novembre 2025, il 56% dei quali classificati come negativi. Un dato stabile rispetto al 57% dell’anno precedente: l’odio online non è un fenomeno passeggero, è una struttura del discorso digitale italiano.

Una ricerca che va più in profondità: le tre novità

Rispetto alle edizioni precedenti, la Mappa n.9 introduce tre nuove linee di ricerca che arricchiscono e completano la lettura del fenomeno. La prima è l’analisi sistematica delle dinamiche di viralizzazione: per la prima volta emerge con chiarezza che l’odio online non si diffonde spontaneamente, ma segue pattern ricorrenti che indicano la presenza di reti strutturate – vere e proprie centrali di amplificazione – capaci di moltiplicarne la portata su scala sproporzionata. La seconda novità è lo studio sulla deumanizzazione, condotto dai professori Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano, che mostra come il discorso d’odio neghi l’umanità dell’altro, categoria per categoria, con strategie diverse e riconoscibili. La terza è l’analisi delle forme dirette e indirette dell’hate speech, che evidenzia come quasi la metà degli stereotipi rilevati (46,68%) si esprima in modo indiretto – attraverso allusioni, ironia, generalizzazioni implicite – sfuggendo ai sistemi di moderazione automatica.

“Uno dei dati più inquietanti riguarda l’odio contro le donne. È apparentemente diminuito, ma si è fatto più pericoloso”, afferma Silvia Brena, giornalista e co- fondatrice di VoxDiritti. “Anzi, si è fatto più pervasivo perché si è normalizzato: come a dire che gli stereotipi misogini, venandosi anche delle sfumature perverse del linguaggio dell’abuso, si sono sedimentati, costruendo un lessico accettato e di uso comune. Il che rende l’odio misogino più difficile da registrate e quindi da combattere. Si tratta di un fenomeno così pervasivo che, come registra la Mappa n.9, appartiene oggi alle stesse donne, novelle haters misogine, xenofobe, razziste”.

Altro punto fondamentale della ricerca di quest’anno, riguarda il fenomeno della deumanizzazione. Afferma Marilisa D’Amico, ordinaria di Diritto Costituzionale e Pubblico della Statale di Milano e co- fondatrice di VoxDiritti: “Ciò che la nostra rilevazione mostra è assai inquietante. Destituire le persone del loro status attraverso parole che annientano l’essenza umana riporta a un passato forse ancora troppo vicino: attraverso la propaganda fascista e nazista, attraverso una comunicazione “animalesca” e “reificante” si è riusciti a diffondere un’idea molto chiara: alcuni individui non sono tali, ma appartengono ad altre “specie”. Il linguaggio, lo ribadisco, è più del sangue: un linguaggio che vuole negare l’individuo si insinua tra le pieghe non solo del web, ma della società tutta, mettendo a rischio le fondamenta – culturali, sociali e politiche – della nostra democrazia”.

I principali risultati

Misoginia: il pregiudizio che non si vede più – e per questo è più pericoloso. Le donne restano la categoria più colpita, con il 37% dei contenuti negativi. Il dato appare in calo rispetto al 50% del 2024, ma l’analisi qualitativa racconta altro: il discorso misogino non è diminuito, si è normalizzato. Gli insulti sessisti hanno perso il loro ancoraggio originario e sono diventati repertorio offensivo d’uso comune, applicato a chiunque e in qualsiasi contesto. Lo stereotipo si è sedimentato al punto da rendersi quasi invisibile. Ed è proprio questa invisibilità a renderlo oggi più pervasivo e più difficile da contrastare. A confermare la diffusione capillare del pregiudizio, un dato inedito: il 43% dei contenuti misogini è prodotto da account femminili – la quota più alta tra tutte le categorie monitorate – un fenomeno che la ricerca riconduce al meccanismo dell’auto-oggettivazione.

Le donne odiatrici: meno, ma più efficaci. Trasversalmente alle categorie, emerge un dato che merita attenzione: le donne producono una quota minoritaria dell’hate speech complessivo, ma i loro contenuti ostili generano in media 7,04 interazioni contro le 6,11 degli account maschili – una capacità di circolazione superiore del 15%. Sono meno a produrre odio, ma quando lo fanno raggiungono più persone. Un fenomeno che ridisegna la mappa della responsabilità nella diffusione del discorso discriminatorio.

L’odio ha una regia: le reti di amplificazione. I contenuti negativi non circolano per inerzia: l’amplificazione avviene quasi sempre attraverso gli stessi account, con un livello di concentrazione incompatibile con una diffusione organica. Lazio e Lombardia guidano la classifica della viralizzazione, rispettivamente al 26,54% e al 21,74% dei contenuti virali geolocalizzati. Il discorso d’odio online ha una regia, e comprenderla è la prossima frontiera della ricerca.

La deumanizzazione come grammatica dell’odio. Su 26.844 tweet analizzati, la deumanizzazione è presente in più di un terzo dei contenuti: non è un fenomeno estremo e marginale, è una componente strutturale del discorso ostile. Ogni categoria ha la sua grammatica specifica.

L’abilismo registra l’incidenza più alta (80,7%), dominato dalla biologizzazione (76,4%): termini come cerebroleso, mongoloide, handicappato non descrivono più persone reali, sono diventati insulti generici per chiunque sia percepito come deviante dalla norma. La xenofobia si attesta al 52,5%, con l’animalizzazione che raggiunge il 71% delle occorrenze. Nell’islamofobia emerge un meccanismo inedito: l’accusa di disumanizzare l’altro diventa il presupposto retorico per disumanizzarlo a propria volta.

Antisemitismo. Cresce dal 27% del 2024 al 29% del 2025 – un incremento che, in un corpus cresciuto del 35%, si traduce in volumi assoluti sensibilmente più alti. La categoria più colpita non è l’ebreo in quanto tale, ma in quanto sionista: le co-occorrenze del lemma ebreo includono verbi come odiare, sterminare, cacciare, ammazzare.

Metodologia

La ricerca integra raccolta dati tramite API ufficiali di X, classificazione automatica tramite Large Language Models con approccio human in the loop, e analisi linguistica qualitativa e quantitativa. Le sei categorie monitorate sono: misoginia, antisemitismo, xenofobia, islamofobia, abilismo, omotransfobia. Il corpus 2025 copre il periodo gennaio–novembre e conta 2 milioni di contenuti.

Scarica la Mappa dell’Intolleranza 9

Scritto da: Redazione

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