Di Federico Faloppa, Professor of Language and discrimination, University of Reading
Anche quest’anno, oltre ad aggiornare la “mappa” dell’odio online in Italia, la ricerca di VoxDiritti aggiunge un tassello particolarmente significativo allo sguardo di insieme: quello relativo ai processi e alle dinamiche di deumanizzazione e alle loro correlazioni con l’hate speech. È un’aggiunta importante, perché consente di andare oltre la semplice quantificazione dei fenomeni e di approfondire ulteriormente il modo in cui il discorso d’odio trae origine, prende forma, si struttura e diffonde.
Nel dibattito contemporaneo sui discorsi d’odio, la deumanizzazione emerge infatti come uno dei meccanismi più centrali e ricorrenti attraverso cui individui e gruppi vengono esclusi dalla comunità morale: non solo simbolicamente, ma anche performativamente, attraverso atti linguistici illocutori che ‘fanno’ mentre ‘dicono’. Non si tratta soltanto di una strategia retorica, ma di un vero e proprio dispositivo cognitivo e sociale che consente non solo di giustificare, ma anche di rendere pensabili e praticabili discriminazione, violenza e disuguaglianza.
Come osserva Nick Haslam (2006)[1], e come ripreso nella Mappa di quest’anno, la deumanizzazione si articola in forme diverse ma interconnesse: l’animalizzazione, l’oggettivazione (o meccanicizzazione) e la demonizzazione sono le più note, ma la letteratura più recente ha aggiunto ulteriori categorie, come la deumanizzazione esplicita (blatant dehumanisation) – declinata in senso biologico o evolutivo – e l’infraumanizzazione[2]. Quest’ultima introduce una sfumatura particolarmente interessante che merita approfondimenti anche grazie ai dati della Mappa: non è necessario negare del tutto l’umanità dell’altro; basta ridurla, attribuendo solo emozioni “semplici” e negando quelle più complesse, come spesso avviene nel discorso misogino.
In questo senso, l’infraumanizzazione aiuta a comprendere meglio anche l’animalizzazione, che consiste nell’attribuire a individui o gruppi caratteristiche ritenute “bestiali”: impulsività, aggressività, mancanza di razionalità. È una rappresentazione di lunga data, ben documentata nei discorsi razzisti e coloniali[3], ma ahinoi tutt’altro che scomparsa (e anzi molto utilizzata in contesti di guerra e di deumanizzazione del ‘nemico’)[4]. Studi recenti – a cui si aggiunge ora anche la Mappa – mostrano come metafore animali continuino a circolare con grande facilità nei social media e nel discorso politico sulle migrazioni[5]. In molti contesti europei, Italia inclusa, espressioni che evocano “orde”, “sciami” o “invasioni” hanno contribuito a costruire una percezione di minaccia collettiva. Non è solo una questione di parole: queste immagini vengono rilanciate, semplificate e trasformate ad esempio in meme diventando rapidamente repertori condivisi e facilmente replicabili, che tanta più presa hanno quanto più sono attestate e radicate.
Accanto all’animalizzazione, la deumanizzazione meccanicistica – o oggettivazione – opera in modo diverso ma altrettanto efficace: riduce le persone a oggetti, numeri, ingranaggi, cose. Qui ciò che viene negato non è tanto questa o quella facoltà umana, quanto lo stesso tratto semantico dell’umanità, sostituito da una rappresentazione che di fatto nega una relazione empatica con l’altro. Come sottolinea Herbert Kelman in un suo pioneristico lavoro[6], la deumanizzazione passa proprio attraverso la negazione dell’identità e dell’appartenenza alla comunità morale. Nei contesti contemporanei, questa forma emerge spesso nei linguaggi amministrativi e tecnocratici: migranti e rifugiati diventano “flussi”, “quote”, “numeri” da gestire. Particolarmente rilevanti, in questo senso, sono le metafore idrauliche – “ondate”, “flussi”, “tsumani” – che trasformano fenomeni umani complessi (ma gestibili) in processi naturali imprevedibili e difficili da contenere o arginare[7]. È un linguaggio apparentemente neutro, perché freddo e ‘oggettificante’, appunto, ma profondamente performativo, perché contribuisce a creare distanza emotiva e a rendere quindi più accettabili politiche restrittive o ‘disumane’, distanziando l’oggetto dai destinatari del messaggio.
Una terza modalità, ancora sorprendentemente pervasiva, è la demonizzazione. Qui l’altro non è solo inferiore o privo di qualità umane, ma diventa ontologicamente malvagio: una presenza non assimilabile, una minaccia da cui difendersi, un corpo estraneo da estirpare. Come mostra David Livingstone Smith[8], questa forma è stata centrale nelle propagande genocidarie, ma continua a riemergere anche oggi. Si ritrova, ad esempio, nei discorsi che associano intere categorie religiose o etniche al terrorismo, alla criminalità o a presunte cospirazioni – come le teorie del complotto o della “sostituzione etnica”. In diversi contesti europei, questa retorica ha contribuito a costruire figure collettive percepite come minacce esistenziali, legittimando parallelamente una crescente securitizzazione e militarizzazione delle risposte.
Negli ultimi anni, la ricerca ha inoltre messo a fuoco la cosiddetta deumanizzazione esplicita o “blatant dehumanization”[9]. In questo caso, la disumanizzazione non è implicita o metaforica, ma dichiarata: si misura direttamente quanto un gruppo venga percepito come meno umano, anche in senso evolutivo. I risultati sono tutt’altro che marginali: tali atteggiamenti risultano diffusi anche in contesti democratici e correlati al sostegno per politiche punitive o violente. Non sorprende che questo tipo di linguaggio trovi terreno fertile negli ambienti digitali, dove anonimato e polarizzazione abbassano le soglie di accettabilità e di vigilanza epistemica, e riattivano immaginari che ricordano, non senza inquietudine, il razzismo “scientifico” tra Otto e Novecento.
L’infraumanizzazione, elaborata da Jacques-Philippe Leyens ormai una ventina di anni fa[10], completa questo quadro mostrando quanto la deumanizzazione possa essere anche sottile, quotidiana, quasi invisibile. La tendenza ad attribuire piena complessità emotiva solo al proprio in-group – e non agli altri out-group – contribuisce ad attivare processi di ‘alterizzazione’ e a mantenere gerarchie simboliche senza bisogno di ricorrere a un linguaggio apertamente ostile. È forse proprio questa normalizzazione silenziosa a rendere il fenomeno particolarmente difficile sia da analizzare sia da contrastare.
Un elemento trasversale a tutte queste forme è il ruolo delle metafore. Come hanno mostrato George Lakoff e Mark Johnson nel loro fondamentale Metaphors we live by (1980)[11], le metafore non sono semplici ornamenti linguistici: strutturano il pensiero e orientano l’azione. Nel discorso d’odio, esse funzionano come veri e propri atti linguistici che non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a costruirla. Studi recenti dimostrano, ad esempio, che descrivere un gruppo come “virus” o “infestazione” aumenta il sostegno per misure drastiche e disumanizzanti. Durante la pandemia di COVID-19, proprio per questo motivo in diversi paesi europei si è registrato un aumento di retoriche che associavano persone di origine asiatica o straniera alla contaminazione, con effetti concreti sull’aumento di aggressioni e discriminazioni[12].
Anche in Italia, il lessico politico e mediatico ha spesso fatto ricorso a queste risorse: metafore idrauliche, narrazioni di assedio, frame emergenziali. Come mostrano tra gli altri i Rapporti annuali di Carta di Roma, non si tratta di scelte innocenti, soprattutto se a farle sono i professionisti e le professioniste dell’informazione. Si tratta anzi di scelte che contribuiscono a costruire e consolidare un immaginario in cui alcune vite appaiono meno visibili, meno degne di attenzione, meno meritevoli di protezione, riconoscimento, cittadinanza. Che quindi è possibile marginalizzare, se non escludere o eliminare.
Il legame tra deumanizzazione, discriminazione e violenza è, del resto, ampiamente documentato. Il discorso d’odio può anzi funzionare non solo come una forma di “incitamento pericoloso”, ma anche come indicatore precoce di violenza e “atrocità”, soprattutto quando proviene da attori dotati di autorità e legittimità sociale[13]. In questo senso, la deumanizzazione non è soltanto una rappresentazione: è una pratica che contribuisce a creare le condizioni di possibilità – e di legittimazione – della violenza nelle sue varie forme: tanto quella dei singoli, quanto quella delle istituzioni (o ‘sistemica’). Studi empirici mostrano che l’uso sistematico di linguaggi deumanizzanti da parte di leader politici è associato a un aumento della polarizzazione e, in alcuni casi, a episodi di violenza veri e propri e ad atti di terrorismo[14]. Anche nei contesti democratici, queste dinamiche possono pertanto normalizzare l’ostilità e rendere accettabili atteggiamenti discriminatori e criminogeni, se non spaccature profonde nella società.
Nel loro insieme, le diverse forme di deumanizzazione – animalizzazione, meccanicizzazione, demonizzazione, deumanizzazione esplicita e infraumanizzazione – costituiscono un repertorio complesso e stratificato che attraversa tanto la comunicazione ‘privata’ nei social – e ora lo sappiamo quantificare meglio, grazie alla Mappa – quanto il discorso pubblico contemporaneo. Comprendere questi meccanismi, come cerca di fare VoxDiritti con la sua ricerca (e direi, più in generale, la Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio di cui VoxDiritti fa parte), significa allora non solo analizzarne le forme, ma interrogare le condizioni sociali e politiche che li rendono possibili ed efficaci. In un contesto europeo e globale segnato da crescenti tensioni identitarie, profonde trasformazioni geopolitiche socio-economiche, e conflitti che si ripercuotono anche nella quotidiana ‘militarizzazione’ del discorso, questo lavoro appare oggi particolarmente urgente: non solo per gli studiosi, intendo, ma per chiunque abbia a cuore la tenuta delle nostre democrazie.
[1] Haslam, Nick (2006). “Dehumanization: An Integrative Review”. Personality and Social Psychology Review. 10 (3): 252–264.
[2] Cfr. Haslam, Nick; Loughnan, Steve (2014). “Dehumanization and Infrahumanization”. Annual Review of Psychology. 65 (1): 399–423.
[3] Cfr. Enge, Erik (2015). Dehumanization as the Central Prerequisite for Slavery. GRIN Verlag. p. 3.
[4] Cfr. Bruneau, Emile; Kteily, Nour (2017). “The enemy as animal: Symmetric dehumanization during asymmetric warfare”. PLoS ONE 12(7). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5528981/; Faloppa, Federico (2026). Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio. Effequ.
[5] Markowitz, David, Slovic Paul (2021). “Why we dehumanize illegal immigrants: A US mixed-methods study”. PLoS ONE 16(10). https://doi.org/10.1371/journal.pone.0257912.
[6] Kelman, Herber G. (1973), “Violence without Moral Restraint: Reflections on the Dehumanization of Victims and Victimizers”. Journal of Social Issues, 29: 25-61. https://doi.org/10.1111/j.1540-4560.1973.tb00102.x.
[7] Cfr. Faloppa, Federico (2025), “Xenophobia and Migration”. In Jane Setter, Sender Dovchin, and Vijay A. Ramjattan (eds), The Oxford Handbook of Language and Prejudice, OUP: 271-239. https://doi.org/10.1093/oxfordhb/9780192869203.013.15.
[8] Livingstone Smith, David (2021). Making Monsters: The Uncanny Power of Dehumanization. Harvard University Press.
[9] Kteily, Nour, Bruneau, Emile, Waytz, Adam, & Cotterill, Sarah (2015). “The ascent of man: Theoretical and empirical evidence for blatant dehumanization”. Journal of Personality and Social Psychology, 109(5), 901–931. https://doi.org/10.1037/pspp0000048.
[10] Leyens, Jacques-Philippe, & al. (2007). “Infra-humanization: The Wall of Group Differences”. Social Issues and Policy Review, 1: 139-172. https://doi.org/10.1111/j.1751-2409.2007.00006.x.
[11] Lakoff, George, Johnson, Mark (1980). Metaphors we live by. Chicago University Press.
[12] Cfr. Aime, Marco, Faloppa, Federico (2025). I morti degli altri. Einaudi.
[13] Cfr. Buerger, Catherine, Benesch, Susan (2024). “Dangerous Speech as an Atrocity Early Warning Indicator: Measuring Changing Conflict Dynamics”. Genocide Studies and Prevention: An International Journal: Vol. 18(1): 84–95. https://doi.org/10.5038/1911-9933.18.1.1955.
[14] Cfr. Piazza, James A. (2020). “Politician hate speech and domestic terrorism”. International Interactions, Vol. 46(3): 431-453.
Di Marilisa D’Amico, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Silvia Brena, giornalista, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Paolo Ceravolo, Fatemeh Mohammadi e Samira Maghool
Di Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio*
di Marta Annamaria Tamborini e Nannerel Fiano*
Di Federico Faloppa, Professor of Language and discrimination, University of Reading