Di Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio*
Nel Rapporto 2025 è stato introdotto il concetto di deumanizzazione come chiave interpretativa dell’hate speech online: una strategia che esclude individui o gruppi dall’umanità, negando loro caratteristiche fondamentali (Volpato, 2013). Può assumere forme esplicite – come animalizzazione, demonizzazione o oggettivazione – oppure più sottili, come l’infraumanizzazione, che riduce l’altro a portatore di emozioni “primitive” (Leyens et al., 2000).
Su queste basi, il gruppo di ricerca in Psicologia ha condotto un’analisi esplorativa su 26.844 tweet contenenti discorso d’odio (circa il 29% del campione complessivo), combinando strumenti automatizzati e revisione umana. L’obiettivo era misurare la presenza della deumanizzazione e analizzarne le forme nelle diverse categorie (xenofobia, misoginia, omotransfobia, antisemitismo, islamofobia e abilismo).
I risultati mostrano che la deumanizzazione è un elemento strutturale del discorso d’odio online: il 36,6% dei contenuti analizzati presenta elementi deumanizzanti. L’incidenza varia però tra le categorie: è particolarmente elevata nei discorsi sull’abilismo (80,7%), seguita da xenofobia (52,5%) e omotransfobia (46,4%), mentre è più contenuta in islamofobia (32,4%), misoginia (28,3%) e antisemitismo (27.8%). Questa variabilità suggerisce differenze nei repertori discorsivi, con alcune forme di hate speech più apertamente deumanizzanti e altre caratterizzate da modalità più indirette e meno visibili.
Le forme di deumanizzazione si distribuiscono in modo differenziale. L’animalizzazione è la modalità più diffusa e trasversale, dominante nei discorsi xenofobi (71%) e omotransfobici (62,4%), e prevalente anche nell’islamofobia (48,5%) e nell’antisemitismo (37,6%), dove si affianca a quote rilevanti di demonizzazione (31,4%) e biologizzazione (16,6%). Emergono però configurazioni specifiche: nella misoginia prevale l’oggettivazione (44,5%), associata ad animalizzazione (37,4%), mentre nel discorso sull’abilismo domina nettamente la biologizzazione (76,4%), seguita da animalizzazione (20,3%). Nel caso dell’islamofobia, oltre all’animalizzazione, si osserva una presenza significativa di biologizzazione (20,6%) e demonizzazione (19,5%), a indicare una combinazione di registri deumanizzanti.
Un elemento rilevante riguarda anche i target: molte espressioni deumanizzanti non sono rivolte direttamente agli specifici gruppi bersaglio, ma vengono usate in senso più ampio per svalutare l’altro generalizzato. Esempi tipici sono, in tal senso, l’attribuzione generica di caratteristiche di disabilità cognitiva o neurologica e l’utilizzo di oggettivazione misogina quale forma di insulto “indiretto” rivolto a target maschili.
Nel complesso, i dati evidenziano che la deumanizzazione non è uniforme, ma varia per intensità e forma a seconda del target. Comprendere queste differenze è cruciale per sviluppare strategie di contrasto più efficaci, capaci di intervenire sui diversi modi in cui l’umanità dell’altro viene negata.
*Paolo Inghilleri, Professore di Psicologia Sociale, Università degli Studi di Milano
*Nicola Rainisio, Psicologia Sociale, Università degli Studi di Milano
Di Marilisa D’Amico, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Silvia Brena, giornalista, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Paolo Ceravolo, Fatemeh Mohammadi e Samira Maghool
Di Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio*
di Marta Annamaria Tamborini e Nannerel Fiano*
Di Federico Faloppa, Professor of Language and discrimination, University of Reading