Di Marilisa D’Amico, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, co- fondatrice di VoxDiritti
Dopo avere raccolto 2 milioni di contenuti su X nel periodo gennaio– novembre 2025, aggregando le sei categorie della Mappa dell’Intolleranza, è possibile evidenziare come la componente negativa degli stessi (considerando, in generale, il sentiment) sia nettamente maggioritaria.
Vediamo i numeri: la misoginia si conferma la categoria più rappresentata, raccogliendo il 37% del totale, seguita dall’antisemitismo (29%), dalla xenofobia (13%) e dall’islamofobia (13%), sostanzialmente equivalenti tra loro. Abilismo (5%) e omo-lesbo-bitransfobia (3%) chiudono la classifica con valori minoritari.
Il confronto con il 2024 rivela due tendenze significative.
La misoginia, pur mantenendo il primato come nelle scorse edizioni, registra una diminuzione apparente (dal 50% al 37%).
La causa è rappresentata dalla normalizzazione del discorso d’odio misogino: quest’ultimo, infatti, si è progressivamente sganciato dal suo target specifico per diventare registro comunicativo diffuso.
La misoginia online, in sostanza, si muove nella rete sotto una veste normalizzata, quasi inoffensiva, pur rappresentando un elemento di forte rottura dei principi costituzionali che sanciscono l’uguaglianza tra sessi (art. 3 Cost.), il principio identitario (art.2), l’integrità psico-fisica (art. 13 Cost.), la tutela della salute (art. 32 Cost.), ma anche la stessa libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).
Il linguaggio d’odio, infatti, esula dallo spazio di pertinenza della libertà di manifestazione del pensiero: come ho avuto modo di scrivere nel 2020, infatti, la Costituzione non odia e, pertanto, non può tollerare parole lesive dello status costituzionale di cui devono potere godere tutte e tutti.
Non solo, il pregiudizio e lo stereotipo misogini si sono sedimentati al punto da rendersi invisibili, in questo modo gravando ulteriormente sul lento, anzi, lentissimo, cammino verso il raggiungimento di una piena parità di genere.
I dati della Mappa dell’Intolleranza mostrano, in sostanza, che l’odio misogino rappresenta, oggi, un veleno strutturale del e nel discorso pubblico.
Il dato, poi, secondo cui le donne producono contenuti d’odio minori degli uomini ma in modo molto più potente – generando elevate interazioni – richiede una lettura che eviti semplificazioni.
La ragione potrebbe essere quella dell’auto-oggettivazione, fenomeno di cui si è già fatto cenno nella scorsa edizione della Mappa dell’Intolleranza.
Se le donne odiano le donne è poiché assumono un punto di vista misogino, in modo tale da allontanare una rappresentazione vittimistica di se stesse.
Il problema, sul piano costituzionale, è che la violenza di genere, per essere combattuta, va prima di tutto riconosciuta; l’indifferenza nei confronti del fenomeno o, peggio ancora, la sua perpetuazione da parte delle stesse donne-vittime allontana dalla nostra struttura democratica gli antidoti per combattere la violenza di genere.
Vale la pena di considerare, nel contesto che si va descrivendo, che la disposizione (art. 612-quater c.p.) prevista a tutela dell’immagine e del corpo della donna dai rischi derivanti dalla manipolazione operata dall’intelligenza artificiale di cui alla l. n. 132 del 2025 necessita, per essere efficace, di una piena consapevolezza, a monte, delle conseguenze derivanti dall’annientamento della dignità delle donne (art. 2 e 3 Cost.).
Siamo quindi ben lontani dall’humus culturale che ha portato Teresa Mattei a pensare alla democrazia come necessariamente fatta egualmente da donne e uomini e dal vigore delle battaglie portate avanti in sede di Assemblea Costituente da parte delle donne partigiane che hanno partecipato alla lotta per la liberazione dal fascismo.
La viralizzazione dei contenuti sui social, poi, effetto diretto della struttura algoritmica delle piattaforme, che premia i contenuti polarizzanti, pone il tema, centrale, nel dibattito della responsabilità delle piattaforme come nuovi gatekeepers della sfera pubblica.
Lo studio sulla viralizzazione che abbiamo fatto in questa nuova edizione ci permette di svolgere alcune considerazioni di diritto costituzionali.
Gli algoritmi non sono neutri (si v. M. D’Amico, Parole che separano, 2023, Cortina, Milano): operano scelte – redditizie – che incidono sulla formazione dell’opinione pubblica e, in ultima analisi, sull’effettività dei diritti costituzionali.
Emerge qui la tensione tra la concezione liberale classica della libertà di espressione – che tutela l’individuo contro le interferenze statali – e la necessità di proteggere tale libertà dalle distorsioni prodotte da soggetti privati dotati di potere para-pubblico.
L’art. 21 Cost., oggi, potrebbe imporre obblighi positivi per garantire un ambiente informativo non tossico?
La domanda potrebbe anche non essere lecita; tuttavia, alcune considerazioni di diritto costituzionale, anche se provocatorie, devono essere svolte alla luce della realtà dei fatti.
Cresce l’antisemitismo, passando dal 27% al 29%, su un volume di dati cresciuto del 35%: tale aumento esplosivo pare dovuto all’evoluzione del conflitto israelo-palestinese e alle tensioni geopolitiche del periodo.
L’aumento dell’antisemitismo e la sistematica confusione tra “ebreo”, “sionista” e “israeliano” rappresentano un caso emblematico di regressione del dibattito pubblico con implicazioni costituzionali dirette.
La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza e porta in sé, come memoria costitutiva, il rifiuto delle persecuzioni razziali.
L’art. 3, primo comma, nel vietare discriminazioni basate sulla razza e sulla religione, porta con sé e fa propria questa memoria.
Quando nel discorso pubblico si sovrappongono categorie etniche, religiose e politiche – attribuendo a individui responsabilità collettive sulla base di un’appartenenza presunta – vi è sempre una ferita alla tenuta solida della democrazia.
La stretta connessione con “la geopolitica del momento” evidenzia inoltre come l’odio antisemita contemporaneo si alimenti di una lettura manichea dei conflitti internazionali che abolisce le distinzioni fondamentali tra popoli e governi, tra religione e politica, tra critica legittima e pregiudizio.
La Mappa dell’Intolleranza conosce, in questa sua nona edizione, una novità qualitativa di rilievo: lo studio dei dati sotto il profilo del loro contenuto deumanizzante.
L’anno scorso sono stati indagati a lungo gli stereotipi rispetto alle sei categorie considerate; quest’anno si è deciso di fare un passo in più.
Resta comunque un dato da evidenziare: con il 78,52% di contenuti classificati come hate speech, nella xenofobia la distanza tra stereotipo e odio esplicito si assottiglia fino quasi a scomparire.
Viene da chiedersi, a questo punto, quanto regga ancora, in questo momento di diffusione capillare di parole velenose, la piramide dell’odio: lo stereotipo precede le affermazioni d’odio o le affermazioni d’odio precedono lo stereotipo?
Quanto appena scritto, poi, ci permette di sviluppare un ragionamento anche sulla discriminazione multifattoriale: le più colpite sono le donne ebree e le donne straniere o di fede musulmana.
Sul totale dei post di misoginia analizzati (58.149), il 2,08% presenta una dimensione multifattoriale, con compresenze con altre categorie. Le associazioni più ricorrenti riguardano antisemitismo (0,58%), islamofobia (0,57%) e xenofobia (0,52%).
E allora, quale ruolo hanno gli stereotipi nella discriminazione multifattoriale, ora che i primi si sono appiattiti sulle parole d’odio?
Veniamo ora alla disumanizzazione.
Come ci insegnano il Prof. Inghilleri e Rainisio, la deumanizzazione, quando è manifesta, nega esplicitamente l’umanità dell’altro attraverso forme codificate (animalizzazione, demonizzazione, biologizzazione, meccanizzazione, oggettivazione, invisibilità); quando è sottile si parla di infraumanizzazione, ed erode in modo meno riconoscibile la partecipazione dell’outgroup all’umanità, rappresentandolo come dotato soltanto di emozioni primarie, prive della complessità tipicamente umana.
Guardando alle categorie considerate dalla Mappa dell’Intolleranza oramai da nove anni, le donne sono oggettificate; gli ebrei, i musulmani, gli stranieri e le persone lgbtqia+ animalizzati; le persone con disabilità biologizzati.
La disumanizzazione realizzata a colpi di parole “separa” l’individuo dalla propria dignità.
Sembra che ci siano diversi gradi di “separazione” in base alla direzione che assume l’odio.
Destituire le persone del loro status attraverso parole che annientano l’essenza umana riporta a un passato forse ancora troppo vicino: attraverso la propaganda fascista e nazista, attraverso una comunicazione “animalesca” e “reificante” si è riusciti a diffondere un’idea molto chiara: alcuni individui non solo tali, ma appartengono ad altre “specie”. Il discorso, inevitabilmente, ci porta a riflettere sull’origine novecentesca del razzismo e del razzismo biologizzante che tanto ha caratterizzato il “Manifesto della razza”, formato e diffuso anche – e soprattutto – da medici.
Il linguaggio, lo ribadisco, è più del sangue: un linguaggio che vuole negare l’individuo si insinua tra le pieghe non solo del web, ma della società tutta, mettendo a rischio le fondamenta – culturali, sociali e politiche – della nostra democrazia.
Di Marilisa D’Amico, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Silvia Brena, giornalista, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Paolo Ceravolo, Fatemeh Mohammadi e Samira Maghool
Di Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio*
di Marta Annamaria Tamborini e Nannerel Fiano*
Di Federico Faloppa, Professor of Language and discrimination, University of Reading