Normalizzazione, deumanizzazione e regie invisibili: la Mappa dell’Intolleranza 9 racconta un odio che si trasforma per sopravvivere
Di Silvia Brena, giornalista, co- fondatrice di VoxDiritti
Sappiamo molto, dell’odio online.
Lo sappiamo da quasi un decennio, noi di VoxDiritti, che con la Mappa dell’Intolleranza abbiamo costruito uno degli strumenti più strutturati di monitoraggio dello hate speech in Italia. E ogni anno, ogni rilevazione ci dice qualcosa di nuovo.
Nel periodo faticoso che stiamo vivendo, l’odio non è diminuito. Si è nascosto. Come dimostra, appunto, la rilevazione di quest’anno.
E un odio che non si vede è un odio più difficile da combattere. Ciò che la Mappa 9 ci consegna, è il ritratto di un odio che ha imparato a mimetizzarsi, a sedimentarsi nel linguaggio comune fino a diventare quasi trasparente.
Prendiamo la misoginia.
Le donne restano la categoria più odiata in assoluto, al primo posto come ogni anno. La percentuale scende, dal 50% al 37%, e qualcuno potrebbe essere tentato di leggere il dato come un segnale incoraggiante. In realtà, come ben spiegato dai ricercatori che hanno incrociato i diversi dati, il discorso misogino non è diminuito: si è normalizzato. Gli insulti sessisti hanno perso il loro ancoraggio originario e sono diventati repertorio offensivo di uso comune, applicato a chiunque e in qualsiasi contesto, sganciati dal riferimento diretto alle donne. Come spiega bene la linguista Raffaella Scarpa nel suo lavoro sullo stile dell’abuso, la violenza non si manifesta solo nell’insulto diretto, ma in una grammatica sottile, sistematica, difficile da intercettare – fatta di costruzioni, di decostruzioni, di interdizioni della voce. È quella grammatica a essere penetrata nel discorso quotidiano. Quando uno stereotipo sessista perde il suo ancoraggio e diventa insulto generico, significa che il pregiudizio si è sedimentato così in profondità da rendersi quasi invisibile. Ed è questa invisibilità, non la sua assenza, a renderlo oggi più pericoloso.
Ma c’è di più, ed è un dato che colpisce e che questa nona edizione rivela per la prima volta: il 43% dei contenuti misogini è prodotto da account femminili – la percentuale più alta tra tutte le categorie monitorate. Le donne che odiano le donne. Un fenomeno che la psicologia sociale spiega con il meccanismo dell’auto-oggettivazione: le donne che interiorizzano lo sguardo esterno e riproducono nei confronti di altre donne gli stessi meccanismi di svalutazione che esse stesse subiscono. È un cortocircuito doloroso, che dice molto non solo sull’odio, ma sul modo in cui il patriarcato riesce a perpetuarsi anche attraverso le sue vittime. E ancora: i contenuti prodotti da account femminili generano in media il 15% di interazioni in più rispetto a quelli maschili. Meno in volume, ma più efficaci.
E poi c’è l’antisemitismo.
Il dato è forte, e quest’anno ancora più marcato. Cresce dal 27% al 29% – una percentuale che, in un corpus cresciuto del 35%, si traduce in volumi assoluti molto più alti. Il conflitto israelo-palestinese continua a funzionare da potente moltiplicatore: i picchi di hate speech antisemita coincidono con le escalation militari e con le ricorrenze simboliche – il Giorno della Memoria, la Festa della Liberazione, la Giornata della Nakba. Ma il dato più inquietante non è quantitativo: è semantico. Come già rilevato nell’edizione precedente, la categoria più colpita non è l’ebreo in quanto tale, ma in quanto sionista, percepito come aggressore, invasore, genocida. E le co-occorrenze del lemma “ebreo” sono brutalmente eloquenti: tra i verbi associati compaiono odiare, sterminare, cacciare, ammazzare. Non è critica politica. È disumanizzazione. Lo slittamento dal giudizio sul governo israeliano alla stigmatizzazione dell’identità ebraica nel suo complesso è lì, nei dati, con una chiarezza che non lascia margini di interpretazione benevola.
E proprio qui si innesta la novità più ambiziosa – e forse più inquietante – di questa edizione.
Per la prima volta, la Mappa ha misurato sistematicamente le forme di deumanizzazione nell’hate speech: le strategie con cui il discorso ostile nega l’umanità dell’altro. Quello che emerge è che la deumanizzazione non è un fenomeno estremo o marginale: è presente in più di un terzo dei contenuti analizzati. È una componente strutturale del discorso online. E ogni categoria ha la sua grammatica specifica, il suo repertorio di disumano.
L’abilismo registra l’incidenza più alta: l’80,7% dei contenuti monitorati presenta forme di deumanizzazione, dominata dalla biologizzazione – il linguaggio anormalizzante e patologizzante. Termini come cerebroleso, mongoloide, handicappato non descrivono più persone reali: sono diventati insulti generici, applicati a chiunque venga percepito come deviante dalla norma. Una distorsione lessicale che colpisce due volte: le persone con disabilità, attraverso la stigmatizzazione originaria, e chiunque altro, attraverso l’uso indiscriminato di quella stigmatizzazione come arma. Per la xenofobia, la logica è diversa ma altrettanto antica e profonda: l’animalizzazione – scimmie, selvaggi, parassiti – raggiunge il 71% delle occorrenze deumanizzanti. Non è un’invettiva estemporanea: è la riattivazione di archetipi culturali che la storia ha già dimostrato capaci di precedere e legittimare la violenza reale.
Nell’islamofobia emerge qualcosa di ancora più perverso: i riferimenti alla supposta disumanizzazione interna all’Islam – la sottomissione della donna, la sharia – vengono usati come argomento retorico per giustificare la deumanizzazione dei musulmani. L’accusa di disumanizzare l’altro diventa il presupposto per disumanizzarlo a propria volta. Una torsione logica che fa paura, perché si traveste di ragione.
Vi risuona qualcosa?
Dovrebbe. La storia ci ha insegnato dove porta il linguaggio che annulla l’umanità dell’altro. La propaganda fascista e nazista si è nutrita esattamente di queste forme: animalizzazione, biologizzazione, demonizzazione. Oggi quelle forme circolano liberamente su X. E non sono un residuo folkloristico: sono una componente strutturale del discorso digitale italiano.
C’è poi un’altra novità di questa edizione che non possiamo ignorare.
L’odio ha una regia.
Questa edizione della Mappa ha analizzato infatti le dinamiche di viralizzazione: come si diffonde l’odio, attraverso chi. E quello che emerge è che i contenuti negativi non circolano in modo casuale: l’amplificazione avviene quasi sempre attraverso gli stessi account, con pattern che suggeriscono una coordinazione che va ben oltre il comportamento organico. Pochi nodi concentrano una quota sproporzionata delle interazioni totali. È un livello di concentrazione incompatibile con la spontaneità. E i dati ci dicono anche dove – Lazio e Lombardia guidano la classifica della viralizzazione, al 26,54% e al 21,74% rispettivamente – ma non ancora perché, né da chi. Questa è la prossima frontiera della ricerca. E una domanda che non possiamo permetterci di non porre.
Dunque, adesso sappiamo.
Sappiamo che l’odio si adatta. Trova nuove forme, nuovi linguaggi, nuove modalità di diffusione. Che non diminuisce: muta. Che non si ferma: si nasconde. Che non scompare dal discorso pubblico: vi si integra, fino a diventarne parte accettata.
Sappiamo anche che non basta più misurarlo. Bisogna imparare a riconoscerlo nelle sue forme più sottili. Negli stereotipi indiretti che sfuggono ai sistemi di moderazione automatica – e che rappresentano quasi la metà degli stereotipi rilevati. Nel lessico anodino che porta dentro di sé la sedimentazione di decenni di pregiudizio. Nel meccanismo della deumanizzazione che opera silenziosamente, quotidianamente, a volte con parole che conosciamo da sempre e che non percepiamo più come armi.
E dunque, e come?
La complessità crescente dell’odio online richiede una risposta altrettanto sofisticata. Strumenti di analisi più affinati, capaci di intercettare le forme indirette e sottili del pregiudizio. Politiche di prevenzione più mirate, che vadano alla radice degli assetti culturali che producono e alimentano lo hate speech. Una volontà collettiva – istituzionale, accademica, civile – di non smettere di guardare, anche quando ciò che si vede è scomodo.
Le scuole, ancora e sempre. Terreno elettivo di formazione ed educazione alla civiltà e all’incontro con l’altro. Gli haters vanno fermati e denunciati. E il lavoro di chi, come noi, li studia e li mappa non è un esercizio accademico: è un atto politico, nel senso più alto della parola.
E poi. Lo diciamo da nove anni.
Contro le parole che annientano, occorrono parole che costruiscono. Non come antidoto romantico, ma come strategia culturale consapevole. Narrativa alternativa, dicono gli esperti. Costruire storie di incontro, di riconoscimento reciproco, di umanità condivisa. Lavorare con i più giovani – che sono anche i più esposti – sulle emozioni, sull’empatia, sulla capacità di riconoscere il pregiudizio quando si presenta travestito da senso comune.
Perché la deumanizzazione è una grammatica. E ogni grammatica, si può imparare a riscriverla.
Di Marilisa D’Amico, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Silvia Brena, giornalista, co- fondatrice di VoxDiritti
Di Paolo Ceravolo, Fatemeh Mohammadi e Samira Maghool
Di Paolo Inghilleri e Nicola Rainisio*
di Marta Annamaria Tamborini e Nannerel Fiano*
Di Federico Faloppa, Professor of Language and discrimination, University of Reading